Ecco perché ci piace il Food Revolution Day.

A Milano gli eventi del Food Revolution Day saranno ospitati il 17 e il 18 maggio dalla Fondazione Riccardo Catella (via De Castillia – MM2 M.Gioia).

Di Jamie Oliver, tempo fa, vidi un bel programma TV a puntate, quello del suo viaggio in Italia. Lasciò moglie, figlie e ristorante avviato in Inghilterra per salire su un Volkswagen Bulli con tanto di rimorchio-cucina, e trascorrere alcuni mesi nel nostro Paese, a imparare dalla gente e a cucinare per loro. 
Partì dalla Sicilia e risalì la penisola verso nord, parlando, spadellando e pranzando con pescatori e cacciatori, mamme e monaci. Se vi capita, guardatelo, quel programma. Si intitola Jamie’s Great Italian Escape. Ce ne sono puntate intere su YouTube.
Mi è sempre stato simpatico, Jamie Oliver. Forse per via di quel suo accostarsi al cibo e alla cucina con curiosità e meraviglia. O forse perché prepara i piatti in modo rustico, spesso su banconi improvvisati all’aria aperta, mescola l’insalata usando le mani, assaggia mugolando di piacere.
Oltre ad essere un cuoco affermato, Jamie Oliver è socialmente piuttosto attivo. Un altro suo programma televisivo lo vide andare in giro per le scuole a documentare lo stato delle mense inglesi. Fece anche un viaggio negli Stati Uniti, alla scoperta delle terrificanti abitudini alimentari d’oltreoceano.
Anche da queste esperienze nasce la sua fondazione per l’educazione alimentare e la lotta all’obesità, specialmente quella infantile.

Il Food Revolution Day è parte integrante del progetto sociale di Jamie Oliver. Lo scopo della rete internazionale di eventi e iniziative del FRD è quello di far tornare le persone a cucinare e a condividere il cibo, non solo come carburante, ma anche e soprattutto come forma di cultura.
Noi andremo a farci un giro. E voi?

In molti se lo saranno domandato: che bisogno c’è di sensibilizzare gli italiani sulle tematiche relative all’alimentazione di qualità? L’Italia non è forse la terra promessa della buona cucina?
Del resto, beneficiamo di una straordinaria biodiversità. Di una tradizione agricola millenaria. Del passaggio sul territorio di una moltitudine di culture diverse, da quella greca a quella araba, passando per le usanze normanne, fenicie, spagnole, francesi. Tutto ciò ha reso la nostra gastronomia quanto di più vario e legato alla terra ci possa essere.
Ma quanto di tutto ciò arriva sulla tavola del signor Rossi ogni giorno? Quanta cultura c’è nella mensa scolastica di suo figlio? Da cosa è guidata la signora Rossi quando fa la spesa al supermercato?
Insomma, siamo sicuri di mangiare davvero bene, in Italia?
Io sono un “foodie di seconda generazione”: la mia famiglia ha sempre fatto del buon cibo quasi una questione di principio. A casa mia, la tavola è sempre stato un momento di condivisione della vita, con le sue gioie e i suoi dolori. Ho sempre mangiato per qualcosa di più del nutrimento. E ho imparato a distinguere.
Il fatto che stiano cominciando ad attecchire anche da noi format televisivi come The biggest loser, o Tesoro salviamo i ragazzi dovrebbe farci riflettere: certe tematiche toccano più gente di quanto pensiamo. Accanto ai presidi e alle denominazioni protette ci sono anche il deterioramento delle sane abitudini alimentari e una spaventosa crescita dell’obesità infantile. Proprio in Italia, la terra promessa del buon cibo.
La rete e i sempre più numerosi (e bravissimi) food blogger e food reporter contribuiscono a veicolare una cultura del mangiare bene, del prodotto a “chilometro zero”, del piccolo produttore. Eventi come la Food Revolution  sono un’occasione, per noi comunicatori di bontà corteggiati dal marketing. Quella di essere il veicolo per la diffusione di valori positivi.
Ecco perché Foodeskine partecipa al Food Revolution Day: perché ne condivide lo scopo e i valori. Che poi sono i motivi che ci fanno scrivere con gusto: cucinare, condividere e vivere il cibo.
Ci vediamo in strada.
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Scrissi con pugno deciso la mia prima headline nel 1984. All'asilo, con le matite colorate. Faceva più o meno: "Yogurt. Un po' acido, ma buono". Le maestre mi guardarono con sospetto. Ma fu subito chiaro che il cibo sarebbe stata una delle mie due grandi passioni. Della seconda, ne ho fatto un lavoro.

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