Bacche di goji: mania collettiva o vero portento?

Torte, frullati, smoothies, biscotti, insalate, pietanze, primi piatti, drink. E poi creme, cosmetici, saponi, shampoo. Le bacche di goji sembrano essere dappertutto, ormai. Come abbiamo fatto a vivere senza, fino ad ora?

In effetti, sto scrivendo questo post sgranocchiando bacche di goji essiccate direttamente dal sacchetto. Non so esattamente perché: una strana magia si è impossessata di me qualche giorno fa, spingendomi a comprare questi piccoli frutti rossi al supermercato. Ho fissato con occhio vitreo la confezione per qualche secondo, prima di dirigermi come un automa fino alla cassa. Ho guidato in silenzio fino a casa, dove ho aperto il sacchetto e ho cominciato a mangiarle.
Appena messe in bocca hanno un gusto acidulo, che diventa via via più pastoso, con una leggera nota piccante. Le trovo buone. Si dovrebbero ammollare, un po’ come si fa con l’uva sultanina, ma a me piacciono anche così.

Quelle che noi chiamiamo bacche di goji sono i frutti rossi del Lycium barbarum, un arbusto della famiglia delle Solanacee (della quale fanno parte anche pomodori, melanzane, patate e tabacco, tra le altre) che cresce nelle valli himalayane, in Tibet e in alcune province del nord della Cina. Si coltivano da migliaia di anni e sono uno degli elementi della medicina tradizionale cinese. Non solo, in Cina si utilizzano da sempre nella preparazione di tè, tisane, succhi e liquori, e si mangiano in salse e zuppe.
Un bel giorno qualcuno in Occidente ha avuto l’idea di analizzarle, scoprendo che questi piccoli frutti contengono un enorme quantitativo di principi attivi, vitamine, sali minerali, carotinoidi e polifenoli, che ne fanno il frutto di gran lunga più ricco di antiossidanti che l’uomo conosca. Una sorta di elisir di lunga vita. Roba che neanche le Puffbacche, insomma.

Fonte: Goji.it

Ora, io so bene che il marketing sa scavare profondi solchi nella percezione dell’uomo della strada. Ma questa sorta di mania collettiva per le bacche di goji fatico ancora a comprenderla.
Continuando a sgranocchiare le mie bacche (a proposito, la dose massima consigliata è di circa un centinaio al giorno), comincio quindi a cercare informazioni in rete. Sorpresa, non solo i siti commerciali di importatori tessono le lodi delle bacche miracolose, ma pare davvero che i frutti del goji siano approvati da medici, nutrizionisti ed esperti vari.
Mi fermo a bere un bicchiere d’acqua. In effetti, almeno mangiate secche, le bacche di goji tendono a impastare un po’ la bocca.
Scopro anche che il Lycium barbarum si può anche coltivare con relativa facilità, non avendo particolari predilezioni di terreno e reggendo temperature che vanno dai 40° ai -15°C.
Passa qualche giorno ed ecco che la mia inseparabile art director, food blogger e compagna si fa contagiare dalla goji-mania e mi prepara uno smoothie freschissimo, dissentante e rinvigorente che mi gusto dopo una bella sudata in palestra. La ricetta (e le bellissime fotografie che la illustrano), la trovate su L’Ennesimo Blog di Cucina. 
Insomma, con la bella stagione, sul mio balcone potrebbe finire anche una bella pianta di goji, a far compagnia a quella di Trinidad Moruga Scorpion che bramo da un po’.
Il nostro orto sarà il più esotico, piccante e antiage di tutto il quartiere. 

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Scrissi con pugno deciso la mia prima headline nel 1984. All'asilo, con le matite colorate. Faceva più o meno: "Yogurt. Un po' acido, ma buono". Le maestre mi guardarono con sospetto. Ma fu subito chiaro che il cibo sarebbe stata una delle mie due grandi passioni. Della seconda, ne ho fatto un lavoro.

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