Non è colpa di Facebook.

No, non è colpa di Facebook, se ogni evento in grado di generare un minimo di controversia trasforma i social media italiani in un campo di battaglia.
Non è colpa di Facebook se i fatti di Charlie Hebdo hanno stanato dai loro buchi milioni di paladini della libertà di opinione, che chissà dov’erano, mentre questo paese precipitava in fondo alle classifiche di quella stessa libertà.
Non è colpa di Facebook, se ad ogni vicenda di cronaca italiana le occasioni di tacere cadono a centinaia per volta, come i fanti nella battaglia di Ypres.
Eppure per qualcuno è così.

“Facebook mi ha rotto le palle. Pieno di gente che sa. Che dice. Che spara a seconda del primo piede che mette a terra al mattino. Pieno di gente candida e immacolata che ha tutto da insegnare a tutti. Se Facebook è un esperimento di democrazia totale in cui ognuno è libero di esprimere il suo pensiero e anche di postare informazioni palesemente false… Beh, non mi interessa questa democrazia”.
(Post di un utente Facebook, gennaio 2015)

Non è colpa di Facebook, perché Facebook non è un esperimento di democrazia collettiva. Facebook è soltanto un canale di comunicazione.
Certo, un canale con delle peculiarità uniche, ultimo sottoprodotto dell’era in cui chiunque è diventato un produttore di contenuti. L’era iniziata con quello che una volta si chiamava “web 2.0″ e che ora è la rete sociale degli smartphone e dei social media. Ma è pur sempre soltanto un canale.
Uno dei più grandi pregi di Facebook, e per qualcuno anche il più grande difetto, è la facilità di accesso. Non ci vuole molto ad aprire un profilo e cominciare a dire la propria. Ed è vero: Facebook è pieno di notizie false, informazioni tendenziose, bufale, leggende metropolitane e prese di posizione molto poco ortodosse. Esattamente come tutto il resto del web, ed esattamente come tutta la realtà fuori dagli schermi di un laptop o di un tablet.
L’unica differenza tra il mondo reale e la rete, in questo senso, è che le informazioni viaggiano a una velocità infinitamente maggiore.

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Quindi, caro amico che ti sei rotto le palle di Facebook, forse non hai tutti i torti, lo ammetto; ma te la stai prendendo con il bersaglio sbagliato. Non è colpa di Facebook, ma di chi lo usa. E di come lo usa.
Bella scoperta, mi dirai, ma allora che si fa? Si indice una crociata contro i bifolchi da tastiera? Si impedisce la pubblicazione a chi non mostra equilibrio di giudizio e un minimo di intelligenza?
Naaa. Noi siamo contro la censura e per la libertà di opinione, ricordi?
Ma ho una bella notizia per te, caro amico dalle gonadi frantumate: se non puoi obbligare i 27 milioni di utenti Facebook italiani a produrre contenuti che siano in linea con il tuo pensiero, puoi cominciare a utilizzare Facebook in modo più logico e critico e sfruttarne alcune funzionalità davvero utili, non solo per “filtrare” (non censurare, eh?) quello che il social ti fa passare davanti agli occhi, ma anche – perché no? – per scegliere chi leggerà quello che pubblicherai.

Seleziona gli amici (no, non è una cosa da snob).

Il primo consiglio che mi sento di darti è quello di prestare attenzione alle richieste di amicizia che ricevi, prima di accettarle. La persona in sospeso è una tua frequentazione anche nella vita reale? Allora probabilmente la conosci a sufficienza per capire di cosa parlerà sul proprio profilo di Facebook. Regolati di conseguenza. Se invece non conosci personalmente la persona in questione, un’occhiata al suo profilo potrà chiarirti le idee. Soprattutto in questo caso, fai attenzione anche agli amici in comune: ti potranno fornire indicazioni preziose.
In modo analogo, pensaci bene, prima di inoltrare una richiesta di amicizia a qualcuno che potrebbe intasarti il newsfeed di informazioni poco utili.
In generale, bada alla qualità, più che alla quantità: del resto, se i locali più chic fanno selezione all’ingresso, un motivo ci sarà.
A proposito: tendenzialmente io accetto tutte le richieste di amicizia delle donne, poi vedi tu.

Smetti di seguire chi non ti piace.

Facebook permette di non seguire più una persona o una pagina. Ciò significa che i contenuti pubblicati da quel determinato profilo o pagina non saranno più visualizzati in modo automatico sul tuo newsfeed, ma tu potrai comunque continuare a vederli: ti basterà accedere al profilo o alla pagina.
Nel caso di una persona, insomma, resterete amici. Ma avrai la facoltà di goderne a piccole dosi.
Se si tratta di una pagina, puoi scegliere dal menu del singolo contenuto se smettere di essere un follower o se limitare semplicemente le visualizzazioni dei contenuti di quella pagina.
(In realtà Facebook stesso tende automaticamente a ridurre le visualizzazioni dei contenuti provenienti da fonti con cui interagisci meno: ma questa è un’altra storia, che racconterò quando avrò voglia di parlarti di intelligenza artificiale).

Usa le liste per parlare a chi vuoi tu.

Mettiamo che tu vada spesso a pesca, e che ti piaccia raccontare le tue gesta da provetto Sampei su Facebook, con dovizia di particolari e ampia documentazione fotografica. A meno che tu non abbia solo amici pescatori, prima o poi qualcuno si stuferà di te. Oppure, poniamo che tu abbia una passione per la filosofia, e che abbia voglia di condividerla in rete: se propini agli amici del calcetto del giovedì una decina di post sulla tua reinterpretazione della dicotomia di Zenone, aspettati come minimo commenti coloriti e qualche presa in giro.
Ecco perché è molto utile organizzare i propri amici in liste tematiche, e pubblicare alcuni contenuti in modo più mirato.  La regola è: rivolgiti soprattutto a chi può trovare interessante quello che dici.

È vero, su Facebook gira di tutto. E non tutto quello che c’è è utile, interessante, vero, autentico o piacevole. Ma abbiamo la possibilità di organizzare questa infinita mole di informazioni a nostro piacimento. A partire da quello che pubblichiamo.
Se tutti ci impegnassimo in tal senso, invece di dire che è colpa di Facebook, gli spacciatori di falsità e gli estremisti continuerebbero a dire la loro, come è loro diritto fare. Ma la loro platea sarebbe molto più ridotta. Diciamo che parlerebbero soltanto al loro target.
Anche questa è democrazia, no?

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Scrissi con pugno deciso la mia prima headline nel 1984. All'asilo, con le matite colorate. Faceva più o meno: "Yogurt. Un po' acido, ma buono". Le maestre mi guardarono con sospetto. Ma fu subito chiaro che il cibo sarebbe stata una delle mie due grandi passioni. Della seconda, ne ho fatto un lavoro.

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