VeryBello? No, molto triste.

La settimana bipolare della comunicazione pubblica italiana si può riassumere così: da una parte un video magniloquente e patinato dove si tenta per l’ennesima volta di smontare i luoghi comuni di cui è rivestita l’immagine dell’Italia nel mondo; dall’altra parte, VeryBello, de italian pòrtal of càltur. Oh, yeah.
Il fatto è che i luoghi comuni fanno parte dell’immaginario collettivo di tutti i paesi del mondo; chissà perché, però, quelli che riguardano l’Italia sembrano essere più resistenti degli altri.
O forse sono gli italiani ad essere particolarmente permalosi?

Nei tre minuti di Italy the Extraordinary Commonplace, il video commissionato a Leo Burnett dal Ministero Dello Sviluppo Economico e da ICE ci ho visto proprio questo: una certa permalosità, malcelata con spocchia e prosopopea. Il film è molto ben realizzato, intendiamoci: ma guardandolo, resta appiccata una sensazione quasi di imbarazzo.

Credo che il problema non stia tanto nel video (che ripeto, a me è piaciuto), quanto nel leggerci l’ennesima ripetizione del refrain non-è-vero-che-siamo-solo-mafia-pizza-e-mandolino-ma-siamo-anche-creativi-ingegnosi-bla-bla-bla. Un brief letto e riletto chissà quante volte.
Paradossalmente, l’italiano che cerca orgogliosamente di smontare i luoghi comuni che lo riguardano è ormai diventato un luogo comune di per sé.
Semplicemente, negare o tentare con alterigia di smontare gli stereotipi è puro tempo perso. Molto meglio, se proprio si deve, giocare la carta dell’autoironia. Come fa il maestro Bruno Bozzetto in questo cartoon che gira in rete da qualche anno: un piccolo gioiello di simpatia, senza post-produzioni o investimenti milionari, ma realizzato con qualche tratto di penna e molta intelligenza.

E se poi, contemporaneamente all’uscita del video anti-stereotipi, si mette online VeryBello, uno dei più clamorosi fail di comunicazione pubblica mai visti in questo paese, allora la frittata è fatta.
Sulle considerazioni tecniche del portale voluto dal Ministero per i beni culturali per raccontare gli eventi legati alla cultura per Expo 2015, vi rimando all’articolo di Matteo Flora che elenca puntualmente i difetti di un sito web che sembra davvero pieno di problemi.
Anche per quanto riguarda il naming, credo che la scelta si commenti da sola. E se non ce ne fosse stato bisogno, ci ha comunque pensato Twitter.
Nelle prime 24 ore dalla messa online del portale, l’hashtag #verybello ha registrato qualcosa come 13mila tweet, per la quasi totalità ironici o critici nei confronti dell’operazione (difficile dar loro torto, del resto).


Ma il Ministro Franceschini non si è scomposto, anzi: il suo tweet in risposta al flame di critiche ha quasi del surreale, nel suo difendere sprezzante il concetto di “bene o male, purché se ne parli”.


Signor Ministro, mi permetta di non essere d’accordo. Non ci vedo nulla di VeryBello, né nel portale, né nei commenti dei sedicenti troll della rete, né tanto meno nel voler difendere a tutti i costi l’indifendibile.
Vedo solo l’ennesimo luogo comune. Quello di un paese incapace di comunicare sé stesso con sincerità, ma che difende le proprie scelte scellerate con supponenza, mentre cerca disperatamente di vendersi per quello che non è.
Tutto ciò non è VeryBello per niente. È soltanto molto triste.

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Scrissi con pugno deciso la mia prima headline nel 1984. All'asilo, con le matite colorate. Faceva più o meno: "Yogurt. Un po' acido, ma buono". Le maestre mi guardarono con sospetto. Ma fu subito chiaro che il cibo sarebbe stata una delle mie due grandi passioni. Della seconda, ne ho fatto un lavoro.

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