Comprare follower non fa di te una star

Ufficio, interno giorno.
“… e quindi, ricapitolando, con costanza, qualità e il giusto investimento di advertising si possono acquisire follower e allargare il pubblico”.
“Ci sarebbe anche un altro modo per aumentare il pubblico…”
(Non dirlo non dirlo non dirlo)
“… Comprare follower“.
“STOOOOOP!”.
Macchine ferme. Regista in scena.

“Chi ha lasciato quella cazzata nel copione?”
“Ehm, veramente non c’è mai stata. Ho improvvisato”.
“E chi ti ha detto di improvvisare?”
“Mi sembrava una cosa sensata da dire…”
“Ecco, lascia che ti spieghi. Siete qui in due a dover convincere una cliente delle opportunità di comunicazione sui social media, e mentre uno parla di qualità, costanza e investimenti in social advertising, tu che fai? Proponi di comprare follower! Comprare follower! Ma dico, sei impazzito?! Cosa pensi che sia, il cinepanettone?”
“…”
“Ora ti spiego come funzionano le cose. Ehi, voi! Date un po’ di trucco alla cliente, intanto! Deve avere un aspetto fresco e interessato, questa storia del comprare follower l’ha fatta sbiancare come un morto!
Dicevo, ora ti spiego come funziona:

Cosa se ne fa un’azienda di diecimila follower comprati su Twitter? Nulla, ecco cosa se ne fa!”
“Beh, però i clienti chiedono i numeri”.
“I numeri! I numeri, dici? Ok, allora ti faccio un esempio; tu e il tuo collega, qui, aprite due ristoranti uno di fianco all’altro. Solo che lui sa cucinare, quello che prepara è buono. Intendo, la gente lo mangia, lo apprezza, paga il conto, e tutto il resto.
Tu invece sei uno schifo di cuoco, avveleni il prossimo coi surgelati scaduti e il tuo ristorante è una topaia. Ma che fai, da gran genio che sei? Paghi una trentina di poveracci perché si siedano ai tavoli del tuo buco a far finta di mangiare. Così tutti, da fuori, vedranno il ristorante pieno. Una gran mossa, pensi. Ti senti un genio del marketing.
Il problema è che dopo un paio di mesi il ristorante del tuo collega, grazie al passaparola genuino, si riempie di clienti veri, paganti. E gli affari vanno a gonfie vele. Tu, invece, resti lì, coi soliti trenta poveracci, a scongelare pasti pronti che nessuno mangerà. E chiuderai bottega in men che non si dica”.
“Ma Twitter…”
“Twitter è la stessa cosa, bello mio!

Continuerai a sfornare tweet per un pubblico inesistente, se non nei numeri che ti piacciono tanto. Ora basta, però. Torniamo a girare. E bada bene a non improvvisare più, ché sei in mezzo ai professionisti, è chiaro”.
Ufficio, interno giorno.
La cliente guarda i due uomini davanti a lei. Uno dei due sta fissando imbarazzato la punta delle scarpe. Ha le orecchie di un rosso innaturale.
La cliente si rivolge all’uomo accanto. Sorride.
“Mi spieghi ancora quella cosa dell’investimento in advertising”.

(Liberamente tratto da una storia vera).

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Scrissi con pugno deciso la mia prima headline nel 1984. All'asilo, con le matite colorate. Faceva più o meno: "Yogurt. Un po' acido, ma buono". Le maestre mi guardarono con sospetto. Ma fu subito chiaro che il cibo sarebbe stata una delle mie due grandi passioni. Della seconda, ne ho fatto un lavoro.

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