#dilloinitaliano, Annamaria Testa e la mia prof delle medie

Se oggi la scrittura è anche il mio lavoro, lo devo a due persone. E a due parole.
La prima persona è la mia insegnante di italiano delle medie, che l’ultimo giorno di terza decise di regalare a ciascun allievo della sua classe un vocabolo della lingua italiana, ché lo accompagnasse sulle montagne russe dell’adolescenza e del liceo, e poi più in là, nella vita. La mia parola era “recalcitrante”.
La seconda persona a cui devo quel “copywriter” sul mio curriculum è Annamaria Testa.


È stato su uno dei suoi libri (La parola immaginata, guarda un po’) che lessi per la prima volta quel termine inglese così affascinante, intriso allo stesso tempo di serietà e gioco. Copywriter.
Ora, c’è un pizzico di dolce ironia nel fatto che la persona che mi aiutò ad immaginare una parola inglese fondamentale per la mia vita, si stia battendo per difendere e preservare la lingua italiana. Quella in cui scrivo. E quella di quel “recalcitrante” che custodisco ancora come uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto.
#dilloinitaliano, la petizione lanciata da Annamaria Testa su Change.org, ha ottenuto quasi 70mila sottoscrizioni. E l’Accademia della Crusca ha deciso di impegnarsi a lanciare un portale per scegliere la parola italiana migliore per sostituire il corrispondente termine straniero.
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Ne sono felice, perché è una battaglia giusta, come sono giusti e condivisibili i presupposti che la animano. Non una sterile difesa a spada tratta dell’italiano, che sarebbe suonata anacronistica, in un mondo sempre più aperto e globalizzato; ma un invito, rivolto soprattutto a chi in questo paese occupa posizioni di responsabilità, ad esprimersi nella lingua italiana ogni volta sia possibile. Perché tutelando la nostra lingua madre, forse, riusciremo faticosamente a imboccare la strada di un bilinguismo vero. Perché abbiamo un inestimabile patrimonio culturale da custodire e da tramandare. E perché di call, spending review e job act ci si può anche morire.

Inutile girarci intorno: l’“itanglese” lo parlo anch’io. Per comodità? Non saprei. Per darmi un tono? A volte sì: nel mio lavoro può succedere di farlo, sarei un po’ ipocrita a negarlo. Altre volte, ancora, è semplicemente inevitabile, poiché la terminologia tecnica delle professioni del web, e della comunicazione in generale, è inglese. Sono un copywriter e un social media manager, che diamine!
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Nonostante gli inglesismi, però, resto innamorato della lingua italiana. Delle sue sfumature, dei suoi barocchismi, della sua complessità che a volte si scioglie in onomatopee più efficaci di qualunque altra forma di comunicazione. Mi piacciono i suoni e i colori della mia lingua madre. Mi piace leggerla, mi piace ascoltarla. E mi piace, moltissimo, scriverci.
E quindi, per sostenere concretamente la campagna #dilloinitaliano, per amore della mia lingua e per affetto nei confronti della mia insegnante delle medie, cercherò di limitare inglesismi, francesismi e tedeschismi(!). Le mie call saranno telefonate, i miei meeting riunioni.
E pazienza se mi passeranno un brief con deadline ASAP: tanto, i testi li scriverò nel migliore degli italiani possibili.
Sono anche piuttosto recalcitrante, ricordate?

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Scrissi con pugno deciso la mia prima headline nel 1984. All'asilo, con le matite colorate. Faceva più o meno: "Yogurt. Un po' acido, ma buono". Le maestre mi guardarono con sospetto. Ma fu subito chiaro che il cibo sarebbe stata una delle mie due grandi passioni. Della seconda, ne ho fatto un lavoro.

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